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25 April UN PASSO INDIETROAbbinata a questo intervento, la TRACCIA MUSICALE (nel Media Player):
UN PASSO INDIETRO
Negramaro
Un Passo Indietro
Era un tardo e torvo pomeriggio di novembre dell'anno 1900, il cielo era plumbeo e tempestoso, squarciato dal chiarore improvviso dei lampi e dai fragori dei tuoni in avvicinamento e non necessitava essere iscritti alla Società Meteorologica Italiana per comprendere che da lì a poco si sarebbe messo a piovere torrenzialmente. Io, di gran lena, me ne stavo tornando a casa in sella al mio cavallo, quando i primi goccioloni di pioggia misti a grandine, l'incupirsi minaccioso del cielo e l'avvicinarsi repentino della bufera mi costrinsero a chiedere e trovare riparo per la notte nel vecchio maniero illuminato che riuscivo a scorgere dalla strada. Affidato il mio cavallo allo stalliere fui accolto all'ingresso del piccolo castello da un attempato maggiordomo, il quale, facendomi passare dalla sala degli scudi e da quella della scherma, mi accompagnò fin dentro un enorme ed antico salone le cui porte e finestre si affacciavano nel bellissimo atrio interno, di fiori variegato e variopinto. Le sale erano riscaldate da grandi camini accesi, e in quella in cui mi fu detto di accomodarmi ed aspettare c'era anche un pianoforte a coda, accanto ad una delle finestre. Chiesi, allora, al maggiordomo se nell'attesa avessi potuto suonare, lui mi rispose di sì e mi disse che la contessina, non appena avrebbe potuto, sarebbe scesa e m'avrebbe raggiunto lì nel salone. Feci un giro della stanza, guardando da vicino i quadri appesi alle pareti, mi soffermai con lo sguardo su alcuni antichissimi volumi conservati nella libreria, poi mi sedetti al pianoforte. Cominciai a suonare, inebriato da una acustica da favola, da un ambiente da favola, da un pianoforte da favola, inanellai le note della mia melodia concatenandole una dietro l'altra, quasi inseguendo, e, al tempo stesso, lasciandomi trasportare dal ticchettio incessante della pioggia sui vetri e dall' accompagnamento ritmato dei chicchi di grandine sulla grondaia... la natura era la mia orchestra, le folate di vento i fiati, le percussioni i tuoni, ed io, solista tra tutte quelle note, da me mosse,e che si muovevano sole, passeggiavo incantato e stupito nei canali dell'anima mia! Percossi i tasti di quel piano per oltre venti minuti e con essi, tra la pressione di un martelletto e l'emissione e lo sciogliersi del suo suono nell'aria, percossi tutti i miei ricordi, da quelli bianchi, felici e cari a quelli neri, tristi e dolorosi scuotendoli dalla coltre di polvere degli anni! Smisi d'improvviso soltanto quando mi accorsi, da un riflesso sui vetri della finestra accanto al pianoforte, che sulla porta di ingresso della sala, posta alle mie spalle, una sagoma di donna, di nascosto tra i drappi della tenda, si era fermata, in silenzio, a guardarmi ed ascoltarmi: era la contessina! Feci per alzarmi dallo sgabello e andarle incontro, ma lei mi pregò cortesemente di restare seduto e sopratutto di non voltarmi. Da quel poco che avevo intravisto nel riflesso sul vetro, aveva i capelli lunghi e sciolti, fin oltre le spalle e dalla sua voce dolce e giovanile, intuivo che avrebbe potuto avere qualche anno meno di me. Rispettai quella sua volontà, daltronde ero io ospite in casa sua, e, pur non capendo il motivo di tale nascondersi, mi presentai rimanendo seduto. Lei colse questo mio imbarazzo e mi raccontò che era stata, più volte, sentimentalmente ferita, da uomini che l'avevano fatta innamorare per poi rivelarsi inconsistenti nuvoli di fumo e niente di più; mi disse che più conosceva la psiche maschile e tanto più si convinceva del fatto che fosse di gran lunga più gratificante amare gli animali. Era un fiume in piena, si sfogò, mi svelò di quella volta che un tale si presentò a castello dicendole di amarla, fino a farla perdutamente innamorare, semplicemente per vincere una scommessa con gli amici, oppure di quell'altro che pur giurandole amore eterno al pomeriggio, si trastullava poi, la sera, con tutte le dame compiacenti dei salotti di città. Era per questi motivi che preferiva che non mi voltassi. Mi chiese, allora, se gradivo da bere e se il temporale e la bufera non fossero stati un ottimo pretesto per fermarmi lì al maniero, nel mero tentativo di conoscerla. Le risposi che mi trovavo lì per caso, di ritorno dal mio lavoro in città, che non facevo mai quella strada per rientrare a casa, e che prendevo un cognac che strega le parole... ed anche le note! Nell'offrirmi il bicchiere le sfiorai la mano, profumata e affusolata... ma rimasi colpito dall'anello che indossava: fondo oro con un piccolo delfino blu in pietre lapislazzuli intarsiato al centro. Le dissi che finalmente comprendevo, anche se in parte, quel suo nascondersi al mio sguardo! Ma quella comprensibile paura d'amare le avrebbe attanagliato il cuore nel corso degli anni e con il passare del tempo quei drappi della tenda, dietro cui celarsi e rifugiarsi, se non li avesse oltrepassati e idealmente strappati, e non si fosse mostrata per quello che era, sarebbero diventati una corazza della quale non sarebbe riuscita più a disfarsene. Sorseggiando il cognac, provai a convincerla che non tutti gli uomini erano fatti della stessa pasta di quelli che lei aveva incontrato fino ad allora e che forse Dio lo faceva apposta a metterci sul cammino molte persone sbagliate prima di incontrare quella giusta, perchè così quando finalmente la si incontra e la si riconosce si possa esserGli totalmente grati! Lei, stizzita ed infastidita, come lo era il cielo fuori, mi rispose che si ritirava nelle sue stanze, e poi mi disse che mi sarei potuto fermare lì a suonare ancora e che il maggiordomo, quando io lo avessi desiderato, m'avrebbe indicato la stanza dove riposarmi per la notte! Io la ringraziai per l'ospitalità concessami e mentre sentivo i suoi passi allontanarsi da me ripresi a suonare per un po', finendo il mio cognac, poi al mattino seguente, di buon'ora, lasciai il castello, ma nella stessa mattinata, inviai un mazzo di rose rosse a quella giovane e triste contessina!
Qualche mese più tardi, in occasione del carnevale, i miei colleghi organizzarono in città un ballo in maschera a cui vi presi parte. C'era tantissima gente e maschere di ogni genere. Anche i componenti dell'orchestrina che allietava la serata erano in costume. La regola della festa fu che tutte le maschere invitate dovessero tra loro comunicare soltanto a gesti, almeno fino all'ora del buffet, previsto intorno alla mezzanotte. Io, vestito a puntino da cima a piè, per quasi tutta la sera provai ad invitare qualcuna ma senza successo, fino a quando mi accostai ad una mascherina, dalle fattezze femminili, di celeste vestita, che accettò il mio invito mimato al ballo. E ballammo! Ballammo tra tutti, tra una manciata di coriandoli che piacevolvente ci investiva e qualche festone colorato che ci intralciava i passi, e ballammo per più di un ballo, e da sotto la maschera, tra un walzer ed un casquet, sentivo di tanto in tanto che lei rideva... felice, rideva! Ci avvicinavamo all'ora del buffet, momento in cui ci saremmo potuti togliere le maschere e avremmo potuto parlare con gli altri conviviali, ed io ero curioso di vederla in viso! Ma poco prima di accedere al buffet fui invitato al pianoforte, per suonare un mio pezzo... uno qualsiasi! Mi sedetti, la mia "dama celeste" era lì, appoggiata coi gomiti sulla coda del piano, cominciarono tutti ad applaudire per incoraggiarmi a suonare, lei si sfilò i guanti, per applaudire con gli altri e... su quel dito, lo stesso anello: fondo oro con un piccolo delfino blu in pietre lapislazzuli intarsiato al centro! Lo stesso anello della contessina del maniero! Allora, dietro quella maschera c'era lei... non vedevo l'ora che cominciasse quel dannatissimo buffet, ed iniziai a suonare, eseguendo lo stesso pezzo che feci quella sera al castello! A quel punto anche lei capì chi ero io, chi si nascondeva sotto la mia maschera, e stette lì fino alla fine del pezzo, o meglio fino a quando io non abbassai gli occhi per seguire sulla tastiera le mie dita impegnate nell'ultima scala prima dell'accordo finale di chiusura! Quando, poi, rialzai lo sguardo, mentre quelle ultime note si dileguavano nell'aria e un applauso fragoroso mi investiva, lei in quella folla nemica era già sparita.
Non seppi più nulla di quella triste contessina, anche perchè di lì a poco fui trasferito definitivamente, per questioni di lavoro, in un'altra regione, lontano da quella terra, lontano da quei luoghi che m'avevano visto nascere e crescere. Passarono gli anni e le stagioni, e raramente feci ritorno! Avevo la mia vita, che si svolgeva a tempo pieno lontano da lì! Nella mia nuova città mi innamorai di una fanciulla che dopo qualche anno di fidanzamento portai all'altare. Insieme avemmo una vita serena, tranquilla e felice, coronata e arricchita dalla nascita dei nostri tre bambini, due maschi e la femminuccia, che crescemmo con amore. Ci costruimmo una casa di nostra proprietà, nella quale festeggiammo tanti Natali, tanti Capodanni e tanti compleanni, ed io e mia moglie gioimmo insieme ai nostri figli, alla nascita di tutti i nostri undici nipotini.
Ma adesso in un torvo e tardo pomeriggio del mese di giugno dell'anno 1972 erano tutti intorno al mio capezzale. Io, alla suonata età di 97 anni, li avevo radunati tutti intorno a me, nel mio ultimo ed estremo saluto al mondo! Ero ormai moribondo, respiravo pesante, disteso nel letto, da un paio di giorni, a tratti cosciente a tratti dormiente... la luce soffusa dell'abat-jour, dava l'idea di un'oltretomba prossima ad arrivare e illuminava a malapena le tante sedie disposte intorno alla stanza su cui erano seduti i miei cari, mentre mia moglie mi accudiva e pregava seduta accanto al mio letto! Quando io aprii per l'ultima volta gli occhi la vidi, difatti, là, vicino, che indossava un velo nero, che non mi permetteva di vederle il viso. Mancavano, ormai, pochi secondi alla mia morte, lo avvertivo, io sgranai paurosamente gli occhi e alzai il braccio sinistro! Mia moglie, lì accanto, afferrò la mia mano e me la strinse forte... ed io stupito, ancor più di morire, ancor più del respiro che veniva meno, vidi su quel dito, sul suo dito... quell'anello, lo stesso anello!!! Lei indossava quello stesso anello della contessina: fondo oro con un piccolo delfino blu in pietre lapislazzuli intarsiato al centro! Mia moglie era la contessina del maniero!!! Avrei voluto dirle ancora una volta che l'amavo, ma non avevo più voce! Con l'altra mano feci un disperato tentativo di tirarle via quel velo nero dalla testa per vederle ancora una volta il viso, ma proprio in quel momento spirai! Che strana senzazione, quasi indescrivibile a parole!!! Etereo e cosciente di esserlo, compivo un passo avanti verso una nuova dimensione!!! Ogni secondo che passava, dopo essermi accasciato sul letto inerme e definitivamente, mi sentivo sempre più leggero!!! E in quel frangente, proprio mentre avvertivo fisicamente di staccarmi sempre più dal mio corpo, istante dopo istante, non riuscivo a comprendere come mai morivo esattamente nell'anno e nel mese in cui nascevo!!! Che castroneria è mai questa, pensai?!?! A risolvermi questo enigma amletico, nel giro di pochi millesimi di secondo, fu la mia radiosveglia sul comodino, che, segnando le 7.40 di una calda e assolata mattinata di fine aprile dell'anno 2008, mi svegliò di colpo dal sonno profondo della nottata (o se vogliamo, mi resuscitò di colpo), facendomi compiere un grande passo indietro, ma questa volta nella realtà, mentre la stazione-radio sintonizzata su quella frequenza, proprio in quel momento, spediva nell'etere queste parole:
...ancora un passo,
un altro ancora... Un passo avanti ed ora io, io, non parlo più e tra le mani, mani stringo, a che servon le parole... Amore, dai, dai, dai, muovimi il sole! Perchè sei nell'aria, sei tu che aria vuoi, ma che aria dai, se poi mi uccidi... tu che aria sei, ma che aria vuoi, tu che aria dai, se poi mi uccidi... tu come, tu come aria in vena sei! By TiÞÞiTi Comments (33)
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